Perché parlare di maternità più meno surrogata non è un tema 'da donne'
ma sicuramente è importante che una regista donna possa dire la sua in
materia.L'art. 12 della legge n. 40 del 2004 afferma che il ricorso a
pratiche di surrogazione di maternità è un reato punito con la
reclusione fino a due anni e con la multa fino ad un milione di euro.
Parlarne riuscendo a sorridere non è certamente facile considerato che
l'argomento fa parte di una complessa visione etica e sociale che ha
visto svilupparsi dibattiti con schieramentì fieramente contrapposti.
Andreozzi ha il pregio di saper gestire i luoghi comuni sui personaggi
(il vigile urbano un po' rozzo, il gay un po' isterico ecc.)
finalizzandoli a una riflessione più alta. Unica caduta il fratello
catecumenale che riflette un punto di vista sulla genitorialità ma lo fa
in modo eccessivo da tormentone trasformandosi in un compagnuccio della
parrocchietta fuori tempo massimo. La riflessione comunque non ne viene intaccata perché sembra che la regista e gli sceneggiatori conoscano bene i testi di Zygmunt Baumann che afferma: "Avere figli significa assumersi la responsabilità del benessere di un'altra creatura più debole e indifesa. L'autonomia delle proprie preferenze è destinata a essere compromessa reiteratamente, anno dopo anno, quotidianamente. Si corre il rischio di diventare, orrore degli orrori, 'dipendente'. Avere figli potrebbe comportare l'esigenza di ridurre le proprie ambizioni professionali, di 'sacrificare la carriera', in quanto chi è chiamato a giudicare il rendimento professionale di una persona non vedrebbe di buon occhio il benché minimo segnale di fedeltà separate. E, cosa più dolorosa di tutte, avere figli significa accettare tale dipendenza separatrice di fedeltà per un tempo indefinito, assumere un impegno irrevocabile e a tempo indeterminato, senza alcuna clausola 'fino a ulteriore notifica' annessa; il tipo di obbligo che mal si confà alla politica della vita liquido-moderna e che quasi tutti evitano accuratamente nelle loro altre manifestazioni di vita".
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