domenica 26 novembre 2017

Gli sdraiati

Giorgio Selva, celebre giornalista televisivo, 'condivide' un figlio con la ex moglie, architetto che non lo perdona e non perdona gli skyline che rubano spazio al cielo. Tito, diciassettenne dinoccolato, ciondola tra casa e scuola dribblando l'azione incalzante del padre e avanzando in bicicletta sulle fasce della vita. Porta e rete sono ancora lontane ma Tito riceve giorno per giorno palle da giocare e rilanciare a una banda scriteriata di amici. Sentimenti da esplorare, gelosie da consolare, padri da evitare, nonni da abbracciare, Tito prende tutto con l'inerzia vitale dei suoi pochi anni. Oscillando tra la spinta a sgridarlo e quella a soccorrerlo, Giorgio lo marca stretto alla ricerca irriducibile di una nuova intimità sotto le felpe lanciate, lo yogurt iniziato, la luce mai spenta, il dentifricio mai chiuso. Sotto la forza pulsionale di un corpo che spinge alla vita. Ma spinge a modo suo. Per molte ragioni, ma soprattutto per questa è l'autrice più indicata a mettere in immagini l'imperdibile libro di Michele Serra ("Gli sdraiati"), testimonianza singolare di un padre davanti all'enigma del figlio. E l'enigma inquieta Giorgio dentro un film orizzontale che riflette sullo smarrimento di ogni senso di verticalità e ritrova lo scarto simbolico che distingue i figli dai genitori. Liberamente ispirato al 'romanzo' omonimo, che esprime un solo punto di vista, Gli sdraiati concede la replica alla generazione 'stesa sul divano'.

Perché i film di Francesca Archibugi non prescindono mai dalle "persone di pochi anni". Il contraddittorio, incarnato con elettrico stupore da Gaddo Bacchini, sbilancia il film, sovente in affanno nel tentativo di interpretare una prossimità fino a ieri sconosciuta. La sceneggiatura di Francesca Archibugi e Francesco Piccolo non riesce a definire e a integrare sullo schermo il cambiamento epocale avvenuto tra padri e figli, nondimeno si prende il rischio premuroso di interrogarlo. Da una parte c'è il corpo che sgomita di Tito, dall'altra quello che accoglie (al ritorno) di Giorgio. Da una parte l'illimitatezza del figlio, dall'altra l'incombenza della fine che rivela al padre. Il genitore di Claudio Bisio, istrione abile a celare pudicamente l'angoscia del personaggio che abita, osserva la vita di Tito crescere e farsi ai suoi occhi sempre più misterioso. Il figlio di Gaddo Bacchini, mistero minaccioso e insieme fulgido e fecondo, vive anarchicamente nel suo godimento autistico, frustrando ogni possibilità di dialogo. Tito non parla e porta con sé, come ogni figlio, un segreto inaccessibile.

domenica 12 novembre 2017

BORG McENROE

Estate 1980. Sta per prendere il via il Torneo di Wimbledon e i due giocatori più quotati per la vittoria sono lo svedese Bjorn Borg e l'americano John McEnroe. Due tennisti, e due giovani uomini, che non potrebbero essere più diversi, almeno secondo lo storytelling dell'epoca. Borg, già quattro volte vincitore a Wimbledon, è soprannominato "Uomo di ghiaccio": algido, apparentemente privo di emozioni, una macchina segnapunti con un rovescio a due mani che è una fucilata. McEnroe, di tre anni più giovane, è detto invece "Superbrat" perché sul campo impreca, dà in escandescenze e si accapiglia con gli arbitri.
La loro rivalità, in occasione del confronto a Wimbledon, è alimentata ad arte dal circo mediatico: il dio scandinavo e il ribelle di origine irlandese, il martello pneumatico dall'ipnotica oscillazione sulla linea di fondo e il coltello a serramanico dalla lama affilata da sfoderare all'improvviso, come un gangster in uno speakeasy.
Il pubblico sta dalla parte del compassato Borg ma ama anche detestare il collerico McEnroe. E in vista dell'incontro i due campioni si studiano a vicenda, riconoscendo nell'altro la propria stessa voglia di vincere.

Il regista danese Janus Metz Pedersen mette in scena uno dei match più importanti del secolo scorso e ne sottolinea le valenze metaforiche con l'aiuto di una sceneggiatura, firmata dal regista-autore svedese Ronnie Sandhal, estremamente accessibile anche a chi non conosce la storia di quell'evento. La finale di Wimbledon '80 è rappresentata come una partita in cui il match point, se vincesse McEnroe, sarebbe in realtà uno scacco al re, e Metz Pedersen e Sandhal mostrano il percorso obbligato dei due contendenti che, per indole o per pressioni esterne, sono entrambi condannati all'eccellenza. E al contempo fotografano efficacemente la trasformazione epocale del tennis da sport di gentiluomini a spettacolo di rockstar.